Il trebbiano spoletino

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I caratteri del trebbiano spoletino

  • APICE: medio, cotonoso, verde-biancastro
  • FOGLIA: media, pentagonale, pentalobata; seno peziolare a lira aperta, seni laterali superiori ad U, quelli inferiori a V poco profondi; pagina superiore verde, glabra, quella inferiore verde chiaro, aracnoidea, lembo ondulato e bolloso
  • TRALCIO LEGNOSO: lungo; sezione ellittica; corteccia di colore marrone con nodi più scuri
  • GRAPPOLO: medio-grande, 250-450 g. cilindrico, alato (1 ala) compatto
  • ACINO: medio, sferoidale; buccia verde-giallastra, spessa, pruinosa, ombelico evidente; sapore neutro
  • GERMOGLIAMENTO: tardivo (20 – 30 aprile)
  • FIORITURA: media (10 – 20 giugno)
  • MATURAZIONE: tardiva (10 – 20 ottobre)
  • VIGORIA: notevole
  • PORTAMENTO: semieretto
  • FERTILITÀ DELLE GEMME BASALI: media
  • PRODUTTIVITÀ: media-elevata
  • POTATURA: si adatta anche alla potatura corta (speronatura)
  • VENDEMMIA MECCANICA: media difficoltà

Suscettibilità alle fitopatie, ai parassiti animali e alle virosi

  • PERONOSPORA, ESCORIASI, MAL DELL’ESCA, ACARI: media
  • OIDIO, ARRICCIAMENTO, ACCARTOCCIAMENTO: sensibile
  • BOTRYTIS, MARCIUME ACIDO: scarsa

Adattabilità

  • GELATE PRIMAVERILI: ottima
  • VENTO: media
  • SICCITÀ: buona
  • CLOROSI: scarsa
  • DISSECCAMENTO DEL RACHIDE: scarsa

Il vino ottenuto dal trebbiano spoletino è fresco ed aromatico, corposo ed equilibrato

A cura di Alvaro Paggi, Giampaolo Filippucci, Tiziana Ravagli

Dalla tradizione delle nostre campagne, il trebbiano spoletino, "telarini", dove l’uva era messa ad appassire

Dalla tradizione delle nostre campagne, il trebbiano spoletino, “telarini”, dove l’uva era messa ad appassire

Queste caratteristiche lo rendono interessante per essere valorizzato come tale, ma anche per essere usato come base nella vinificazione degli spumanti.
Diverse istituzioni pubbliche, da alcuni anni, stanno lavorando perché tali pregevoli caratteristiche siano sempre più apprezzate dal mercato e per favorire una maggiore diffusione del vitigno tra i viticoltori.
Se l’omonimo vino bianco ottenuto dal trebbiano spoletino si presenta con ottime caratteristiche organolettiche, pure degno di considerazione è il vinsanto, un passito dall’aroma inconfondibile ottenuto dalla stessa uva.
Un tempo, nel territorio trevano, il vinsanto era prodotto e confezionato per la vendita da pochi grossi proprietari terrieri, ma moltissime famiglie lo preparavano nel fresco delle proprie cantine per il consumo diretto.
Nelle soffitte e nelle cantine si possono ancora trovare i “telarini”, dove l’uva era messa ad appassire, il torchietto ed i preziosi “caratelli” per l’invecchiamento del vino, ognuno dei quali gli trasmetteva il caratteristico unico aroma.

Il trebbiano spoletino: curiosità in cantina

A cura di Alvaro Paggi, Giampaolo Filippucci, Tiziana Ravagli

  • Durante la vendemmia i grappoli più dorati e più sani venivano raccolti con un pezzo di tralcio, quindi venivano riuniti in mazzi e conservati appesi nei magazzini o nei granai.
  • L’uva serviva come frutta durante le festività natalizie.
  • Nei pomeriggi d’autunno, un grappolo d’uva e una fetta di pane erano una gradita merenda per i ragazzi.
  • L’uva di trebbiano spoletino era utilizzata, in tardo autunno, per il “governo” del vino nuovo.
    Dopo aver separato i chicchi dal raspo, questi venivano macinati e torchiati.
    Il mosto ottenuto, lo si faceva bollire brevemente (per evitare che gli zuccheri tendessero a caramellare) in paioli di rame (i callari o le callare) ed ancora caldo, lo si versava nelle botti contenenti il vino nuovo.
    Si stimolava così una nuova, lenta fermentazione che trasformava in alcool i residui zuccheri ancora presenti nel vino, aumentandone la gradazione alcolica e rendendolo gradevolmente frizzante, per la modesta presenza di anidride carbonica prodotta dalla lenta fermentazione naturale.
  • I grappoli migliori di trebbiano spoletino…
    I grappoli migliori di trebbiano spoletino venivano appoggiati, uno accanto all’altro, su dei graticci, “le seccaiole”, realizzati intrecciando vimini o su delle tavole di legno, quindi si mettevano nel forno appena caldo ad asciugare.
    L’operazione veniva ripetuta più volte fin quando, nel giro di qualche giorno, l’uva non era completamente asciutta.
    Si conservava quindi in sacchetti di cotone o in ceste di vimini, con l’aggiunta di qualche foglia di alloro o di menta, i quali avevano la funzione di facilitarne la conservazione, allontanando eventuali parassiti.
    Veniva poi utilizzata nella preparazione di dolci (in particolare per la “‘ntorta o rocciata”) oppure per la tradizionale “pizza sotto lu focu della Venuta” cucinata il 9 dicembre, giorno in cui, secondo la tradizione cattolica, è avvenuta la traslazione della santa Casa di Loreto dalla Terra Santa.
    Inoltre, insieme ai fichi secchi, era un’ambita ricompensa per qualche piccolo servigio reso dai bambini.

La D.O.C.“SPOLETO” - I vini del “Trebbiano spoletino”

A cura di Alvaro Paggi

Le attività finalizzate alla richiesta della Denominazione di Origine Controllata (D.O.C.) per il Trebbiano spoletino iniziano nel 2005 quando l’interesse comune della Comunità Montana dei Monti Martani e del Serano, di alcuni agronomi del territorio e della Cantina Spoleto Ducale – Casale Triocco, si concretizza nella costituzione di un Gruppo di Lavoro che si poneva come finalità quella di salvaguardare un vitigno autoctono di sicuro pregio quale è il Trebbiano spoletino e valorizzare adeguatamente i vini prodotti da tale vitigno chiedendone la Denominazione di Origine Controllata. In seguito il Gruppo di Lavoro si è ampliato con l’ingresso del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali dell’Università degli Studi di Perugia, del Centro per la Documentazione e la Ricerca Antropologica in Valnerina e nella Dorsale Appenninica Umbra (il CEDRAV), delle Organizzazioni di Categoria in agricoltura e di alcune cantine già produttrici di vino Trebbiano spoletino IGP.

La scelta di utilizzare la denominazione “SPOLETO”, che nel mondo significa storia, cultura, arte e bellezza del territorio, ha giocato un ruolo essenziale e imprescindibile nel sostenere e avvalorare il processo che il gruppo di lavoro aveva messo in atto. Le diverse fasi del lavoro per la richiesta della DOC sono state presentate in due diversi convegni nelle edizioni del 2005 e del 2007 di “Vini nel Mondo”.

Queste iniziative hanno riscosso grande successo e sono state uno stimolo per l’impianto di nuovi vigneti e per avviare la vinificazione e l’imbottigliamento del Trebbiano spoletino IGP da parte di altre cantine del territorio.

Il vitigno “Trebbiano spoletino” per la sua specificità, è oggi iscritto nel Registro Nazionale delle Varietà di vite con il numero 243 e il lavoro del Gruppo è stato coronato con il riconoscimento della DOC da parte del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e con la pubblicazione, il 30.11.2011, del disciplinare di produzione dei vini della DOC SPOLETO.

Il territorio della DOC SPOLETO comprende parte dei comuni di Campello sul Clitunno, Castel Ritaldi, Foligno, Montefalco, Spoleto e Trevi ed ha una superficie di circa 23.600 ettari compresa tra i 200 ed i 550 metri di altitudine. Dalle uve di Trebbiano spoletino prodotte e raccolte nell’areale di produzione, possono essere prodotti i seguenti vini DOC:

  • “Spoleto” Bianco: o Trebbiano Spoletino: minimo 50% o Altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, idonei alla coltivazione per la Regione dell’Umbria: massimo 50%
  • “Spoleto” Trebbiano Spoletino: o Trebbiano Spoletino: minimo 85% o Altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, idonei alla coltivazione per la Regione dell’Umbria: massimo 15%
  • “Spoleto” Trebbiano Spoletino Superiore: o Trebbiano Spoletino: minimo 85% o Altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, idonei alla coltivazione per la Regione dell’Umbria: massimo 15%
  • “Spoleto” Trebbiano Spoletino Spumante: o Trebbiano Spoletino: minimo 85% o Altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, idonei alla coltivazione per la Regione dell’Umbria: massimo 15%
  • “Spoleto” Trebbiano Spoletino Passito: o Trebbiano Spoletino: minimo 85% o Altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, idonei alla coltivazione per la Regione dell’Umbria: massimo 15%

Le operazioni di vinificazione, appassimento, invecchiamento ed imbottigliamento devono essere effettuate esclusivamente all’interno della zona di produzione. Tuttavia è consentito che tali operazioni siano effettuate nell’intero territorio dei comuni compresi, anche parzialmente, nella zona di produzione, da parte di quelle aziende vitivinicole che hanno effettuato la vinificazione di Trebbiano Spoletino IGP prima dell’entrata in vigore della DOC.

In seguito al riconoscimento della DOC del Trebbiano spoletino, è stato presentato al TAR del Lazio un ricorso da parte di alcune aziende vitivinicole della zona DOC del Sagrantino e Rosso di Montefalco e dal Consorzio di Tutela dei Vini di Montefalco. Con il ricorso si chiedeva sostanzialmente l’allargamento dell’areale di produzione della DOC SPOLETO ad un’altra parte consistente di territorio dei comuni di Montefalco e Bevagna.

Il TAR del Lazio si è espresso positivamente in merito al ricorso presentato ed ha rimandato al Ministero competente le conseguenti determinazioni. Si è ricorsi, successivamente, al Consiglio di Stato dal quale siamo in attesa delle determinazioni definitive. Indipendentemente da cosa sarà deciso in merito all’allargamento dell’areale di produzione della DOC SPOLETO, resta comunque valido e vigente quanto già approvato.

Ne consegue la necessità di adoperarsi con sollecitudine per adeguare i vigneti così da avere una disponibilità sufficiente di Trebbiano spoletino da vinificare, di sostenere con opportune azioni la produzione di tutti i vini previsti dal disciplinare della DOC SPOLETO e di avviare un’adeguata azione promozionale di questi vini.

Il Trebbiano Spoletino: il giallo del bianco

A cura di Luciano Giacchè

Si tratta di un vitigno diffusamente coltivato nella Valle Spoletina, soprattutto nelle alberate di pianura, e progressivamente soppiantato dalle più redditizie colture industriali.

La denominazione di “trebbiano spoletino” è piuttosto controversa, essendo variamente indicato nella letteratura in materia, ed è anche difficilmente decifrabile perché il nome era in genere riferito al vino, che lo assumeva a sua volta dal luogo di produzione, come nel caso del vino più celebre dell’Umbria: l’Orvieto. La più antica citazione del vino di Spoleto si deve al poeta Marco Valerio Marziale, vissuto nel I secolo d.C., che dedica allo “Spoletinum” uno dei venti epigrammi dedicati ai vini: “De Spoletinis quae sunt cariosa lagonis/Malueris, quam si musta Falerna bibas” (“Preferirai le bottiglie polverose del vino di Spoleto/ai sorsi del Falerno novello” Libro Tredicesimo, CXX). Il chiaro riferimento all’invecchiamento lascia presumere che si tratti di un vino rosso, come il Falerno descritto in un altro epigramma come “nigra Falerna”.

Al vino bianco di Spoleto sembra invece alludere un altro epigramma di Marziale intitolato “Lagona nivaria”: “Spoletina bibis vel Marsis condita cellis:/Quo tibi decoctae nobile frigus aquae?” (“Se bevi il vino di Spoleto o vino celato in cantine marsicane/a cosa ti serve il nobile freddo dell’acqua bollita”, Libro Quattordicesimo, CXVI).

Il giudizio del poeta non è certo lusinghiero e forse per questo motivo l’epigramma non viene mai citato, malgrado costituisca un significativo attestato della notorietà del vino spoletino in epoca romana. Anche Ateneo di Naucrati, vissuto fra il II e il III secolo d.C., nell’opera che ci è pervenuta “Deipnosophistai”, ovvero “I Dotti a banchetto”, cita nel primo libro con sintetiche annotazione una trentina di vini d’Italia, fra cui quello di Spoleto: “Spoletinum dulce haustum, colore aureo” (“vino di Spoleto gradevole da bere e di colore dorato”) (Athenaei, 1556: 35). Occorre segnalare che lo “Spoletino” è l’unico vino umbro segnalato in queste fonti classiche. Lo Statuto del Comune di Spoleto del 1347 (il precedente Statuto del 1296 è pervenuto mutilo) contiene disposizioni sia relativamente alla protezione delle vigne dai danni provocati da uomini ed animali, sia sul rispetto dei tempi della vendemmia, fissati annualmente dal Consilio; non ci sono però indicazioni nelle rubriche statutarie sulle varietà delle uve utilizzate, né sulle modalità di allevamento (alberata o vigna bassa).

Nella descrizione de “I vini d’Italia” attribuita a Sante Lancerio (1536), bottigliere di papa Paolo III Farnese, Spoleto viene ricordata come “città, che fa li vini cotti, ma ce ne sono alcuni molto buoni, pajono Grechi et alcuna volta S.S. [Paolo III] ne beveva, et anco alcuni vinetti crudi et questi sono molto buoni” (Lancerio, 1890: 33). Anche Andrea Bacci, nella sua “De naturali vinorum historia” (1596) segnala la presenza di vini cotti a Spoleto, per renderli più sostanziosi “a causa della umidità ambientale diffusa quasi ovunque dal fondo della valle e dal fiume che la percorre […]. I migliori di questo genere ed i più soavi sono i vini Moscatelli, le cui uve si raccolgono nella parte più alta delle basse collinette”. Vengono citati anche i vini prodotti in pianura “sinceri ed in grande quantità”, ma senza indicazione né del colore, né delle loro denominazioni (Bacci, 1596: V, 89).

Utili testimonianze che attestano l’importanza della produzione vinicola del territorio di Spoleto si ricavano da una pluralità di fonti che concordano nell’attribuire al vino un significativo apporto all’economia locale.

Dalla “Tabula exitus, expensae et introitus” del Comune di Spoleto per l’esercizio 1400-1401, analizzata da Amedeo Salzano, si rileva che la “Gabella vini” assicurava un introito pari al 9% del totale delle entrate comunali e al 36% del settore alimentare (Salzano, 1941: 6). Un’altra preziosa fonte è offerta dai “Documenti storici inediti” riportati da Achille Sansi in uno dei volumi che compongono la sua imponente “Storia del Comune di Spoleto”.

Si tratta di una trascrizione curata da Serafino Serafini nel 1619 di un manoscritto di Severo Minervio, composto all’inizio Cinquecento, che riporta notizie sul fiorente commercio di mandorle e zafferano nel territorio spoletino, rispetto a una produzione di frumento, vino ed olio appena sufficiente per il mercato locale (Parvos agrorum fines, sed feraces Spoletini in planitie habent, in quibus frumenti, vini et olei habent quantum sufficit, amygdalarum vero et croci magnam copiam vendunt).

Il Serafini annotava nella sua trascrizione, che la situazione a suo tempo era completamente mutata e mentre abbondava la produzione di frumento, vino ed olio venduta nel mercato locale, minima era quella di mandorle e zafferano (frumentum, vinum et oleum finitimis copiose venditur, amygdalae vero et crocus minime).

Tutte le notizie desumibili dalle fonti sulla viticoltura, dall’antichità fino all’età moderna si riferiscono al vino e rari sono i riferimenti ai vitigni; bisognerà attendere la seconda metà dell’Ottocento per incontrare un vitigno denominato “Spoletino”, citato in varie forme. Nell’elenco dei vitigni umbri compilato 1875 da Raffaello Antinori e Giuseppe Bellucci per la Commissione ampelografica dell’Umbria viene citato, fra i 22 vitigni ad uve bianche presenti nel territorio perugino, ricavati dall’esame “sopra 105 vitigni in diverse plaghe presso 8 proprietari”, il “greco spoletino”, distinto dal grechetto e dai trebbiani citati come trebbiano fiorentino, trebbiano montanino e trebbianello giallo (De Bosis, 1877: 633).

Nella successiva lista delle 10 principali qualità di uve del territorio di Perugia, corredata di sintetiche annotazioni ampelografiche, le denominazioni vengono invece raggruppate assimilando il Grechetto al Greco spoletino; il Tribbiano al Trubbianello e al Tribbiano forte; il Tribbiano montanino al Tribbiano dolce, al Tribbiano fiorentino e al Tribbianello dolce (De Bosis, 1877: 636-638).

Lo stesso marchese Antinori elenca fra le principali e più diffuse specie di uve bianche, “che ordinariamente abbiamo nelle nostre piantagioni di viti alte sostenute dagli aceri, detti volgarmente testucchi”, il Trebbiano gentile, il Verdone, il Pecorino, il Lupeccio e lo Spoletino (De Bosis, 1877: 639-640). Lo Spoletino, assieme al Grechetto, al Lupeccio, al Pecorino e al Trebbiano, furono forniti in bottiglie dell’annata 1875 dal conte perugino MeniconiBracceschi, presidente del Comizio Agrario, all’ispettore ministeriale Francesco De Bosis, per essere analizzati presso la Raccolta Ampelografica di Forli (De Bosis, 1877: 640-641).

Nel “Bullettino Ampelografico” del 1879, in una comunicazione inviata l’8 gennaio 1879 da Giovanni Bertuzzi alla Sotto-Commissione ampelografica di Foligno, veniva segnalato che il cavalier Antonio Marfurt, amministratore della Tenuta del Principe Boncompagni a Casevecchie di Foligno, “aveva confezionato un vino di trebbiano; solo che non aveva seguito il sistema comunemente usato per i vini da pasto, poiché col trebbiano egli ricava una assai lodata imitazione del vino del Reno, mentre poi il suo vino rosso (tipo) da pasto si ottiene dal miscuglio dello spoletino con il sagrantino” (De Bosis, 1879: 430).

Nella successiva descrizione, lo Spoletino e il Trebbiano vengono in effetti trattati in due schede separate che evidenziano le differenze fra i due vitigni quanto al germogliamento, tardivo il primo, precoce il secondo; alle brinate e all’oidio, l’uno resistente, l’altro soggetto; alla parte legnosa, per cui i tralci dello Spoletino non sono lisci e pochissimo macchiati oltre ad essere poco grossi e teneri, mentre i tralci del Trebbiano sono lisci, rigati, macchiati, grossi e duri al taglio; alla grandezza della foglia poco grande nello Spoletino e di grandezza media assai consistente nel Trebbiano, alla colorazione della pagina superiore delle foglie, da verde scuro a verde pisello, alle nervature delle foglie, rispettivamente assai rilevate e pochissimo rilevate.

Caratteristiche comuni sono la fioritura nella prima quindicina di giugno, la maturazione nella prima quindicina di ottobre e la forma della foglia con cinque lobi regolari, seni laterali poco profondi, arrotondati ed aperti all’estremità, dentatura larga, ottusa e senza spine (De Bosis, 1879: 432-433).

L’intreccio si complica ulteriormente nella successiva “Relazione intorno ai lavori della Sotto-Commissione ampelografica per il circondario di Spoleto eseguiti nel 1878”, pubblicata nello stesso “Bullettino Ampelografico” del 1879, in cui viene riportato l’esito di un sopralluogo compiuto nel podere del Comizio Agrario di Spoleto curato dal locale Istituto Tecnico, presieduto dal prof. Alessandro Bedini che aveva provveduto all’analisi dei mosti.

La descrizione dei vitigni inizia dal “Trebbiano o Spoletino” perché “è il primo fra i vitigni bianchi per essere largamente coltivato, e per i pregi del vino”; in questo caso i due termini vengono utilizzati come sinonimi. Purtroppo la scheda ampelografica non è confrontabile con quelle sopra riportate relative alla zona di Foligno per la diversa organizzazione delle informazioni e per il fatto che le indicazioni sono riferite ad aspetti differenti o a voci che non compaiono in entrambe le schede. Ad esempio per il “Trebbiano o Spoletino” viene descritto il frutto (grappolo lungo, alato, serrato, a peduncolo corto; acinelli piccoli e leggermente ovali con buccia coriacea poco succolenta, di sapore zuccheroso), mentre questa voce manca nelle schede precedenti (De Bosis, 1879: 435-437).

Nella scheda, inoltre, è stata inserita l’annotazione che nel Trevano, in particolare a Cannaiola e San Lorenzo, viene coltivato un trebbiano “con qualche carattere diverso da quelli del descritto, che si coltiva nel piano spoletino.

Il trebbiano di Trevi ha gli acinelli molto più ovali, la foglia di un verde un poco più scuro, il tralcio gracile e di un colore plumbeo, gli internodi, un poco più lunghi e si matura perfettamente alla metà di ottobre”.

Nell’annotazione si aggiunge che “con il solo trebbiano a Trevi fanno un vino santo squisito, il quale ha un gusto ed un aroma speciale, che lo diversifica da qualunque altro vino santo” (De Bosis, 1879: 437). Successivamente altri autori, come vedremo, confermeranno il riconoscimento della qualità del Vin santo di Trevi.

L’inserimento di una variante “trevana” al Trebbiano, identificato in questo caso con lo Spoletino, mentre nelle schede precedenti i due vitigni venivano distintamente considerati, complica ulteriormente la già ingarbugliata situazione.

Considerato che entrambi i testi sono stati compilati da Francesco De Bosis, in qualità di segretario delle due Sotto-Commissioni, è andata perduta una decisiva occasione per fare chiarezza sulla esatta attribuzione della denominazione dei vitigni alle varietà locali analizzate.

Una sintesi degli “studi ampelografici eseguiti per l’Umbria da speciali commissioni” è stata pubblicata negli Atti della Giunta per Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola (nota come Inchiesta Jacini, dal nome del suo Presidente). In particolare, vengono riportati gli studi eseguiti “dai distinti professori marchese Raffaello Antinori e Giuseppe Bellucci” con l’indicazione delle 10 principali varietà di uve nel territorio del circondario di Perugia, tratti dal citato “Bullettino Ampelografico” del 1979 (Atti, 1884: 59-61).

Nell’elenco de “I vitigni ed i vini dell’Umbria” curato da Guglielmo Baldeschi nel 1893 viene segnalata a Rieti la presenza della “Spoletina” (Baldeschi, 1893: 29), mentre nella descrizione del “Trebbiano”, presente nella Valle del Tevere da Città di Castello a Todi e nella Valle Umbra da Foligno a Spoleto, fra le denominazioni localmente attribuite al vitigno viene elencata anche la voce “Spoletino” con un punto interrogativo.

Questa ambiguità riaffiora nella scheda descrittiva del “Grechetto” compilata dal Baldeschi dove si precisa che, “così chiamato in quel di Perugia e di Todi, è detto invece Greco bianco nel territorio di Città di Castello e nell’agro Reatino. Viene anche detto Greco Spoletino, ma, viceversa, a Spoleto lo dicono Trebbiano” (Baldeschi, 1893: 31). Di “Greco Spoletino” distinto dal Greco nostrale e dai Trebbiani parla anche Norgini in un contributo sulla “Selezione dei vitigni”, pubblicato nel periodico “L’Umbria Agricola” del 31 marzo 1895, che intendeva fornire ai viticoltori criteri per la scelta delle migliori varietà. Nella tabella riepilogativa dei vitigni, Norgini mette ai primi posti i “Trebbiani”, suddivisi in Trebbiano forte e Trebbiano fiorentino o dolce, ed i “Grechi”, a loro volta suddivisi in Greco nostrale e Greco Spoletino. Nel testo l’autore specifica che “migliori dei trebbiani sono senza dubbio i grechi (Spoletino e nostrale) dei quali raccomando la diffusione: le loro uve hanno un leggero aroma che rende il vino molto delicato e piacevole” (Norgini, 1895: 35-36).

La presenza di un vitigno “Spoletino” a Foligno “da mosto prodotto nella tenuta di Casevecchie del Principe di Piombino”, è confermata anche da Francesco Fazi, nel suo studio su “La distillazione del vino e delle vinacce nella Provincia dell’Umbria” (Fazi, 1890: 16). Nella pubblicazione Notizie e studi intorno ai vini ed alle uve d’Italia, edita nel 1896 dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, viene riportato in introduzione l’elenco dei vitigni più diffusi nel territorio umbro suddivisi per circondari. Lo Spoletino viene attribuito a Foligno e a Todi, mentre il Trebbiano risulta presente a Perugia, a Spoleto, a Città di Castello e a Todi (Ministero, 1896: CI-CII). Nella descrizione delle varietà, corredate dei sinonimi, il “Greco”, presente in quasi tutto il territorio regionale, viene citato anche come Grechetto nostrale o Greco Spoletino a Perugia e come Trebbiano a Spoleto, associato però al punto interrogativo.

Il Trebbiano viene segnalato come Spoletino a Foligno, Spoleto e Rieti. Nella tabella della composizione chimica delle uve il vitigno Spoletino risulta analizzato a Todi, a cura della Regia Scuola pratica di agricoltura, assieme al Greco o Grechetto e al Trebbiano, ma questo riconoscimento non si è tradotto nella redazione di un scheda ampelografica (Ministero, 1896: 637).

Permane nel testo del Ministero l’ambiguità già precedentemente segnalata dell’appartenenza dello Spoletino alla famiglia dei “Grechi” o dei “Trebbiani”.

Un interessante esperimento sulla qualità dei vini ottenuti dai diversi vitigni è stato condotto da Antonio Succi, direttore della Regia Scuola di Viticoltura e di Enologia di Perugia aggregata alla Fondazione Agraria, che deteneva l’amministrazione dei beni rustici del soppresso Monastero benedettino di San Pietro a Perugia. Dal 1891 al 1893 Succi ha seguito direttamente la vinificazione di alcune varietà, fra cui il Trebbiano, il Trebbianello e il Greco di Todi, coltivate dalla Fondazione Agraria nelle tenute di Perugia e di Casalina e di quelle fornite dall’Amministratore del Principe Boncompagni a Montefalco (Sangioveto e Sagrantino) e dal conte Ruggero Ranieri di Sorbello provenienti dal lago Trasimeno. Purtroppo il Trebbiano non è stato inserito fra i vitigni oggetto di studio, i cui risultati, comunque, non risulta che siano stati pubblicati (Succi, 1897: 255). La denominazione di Trebbiano, “chiamato nelle altre plaghe dell’Umbria lo Spoletino”, viene ripresa da Francesco Francolini, direttore della Cattedra ambulante di Agricoltura di Spoleto, che magnificandone la qualità ne segnalava la potenzialità anche per la spumantizzazione: “il vino di trebbiano è gratissimo, molto limpido, ha un profumo speciale e diviene facilmente spumante”. Francolini nella sua pubblicazione del 1908 su “La Valle Spoletina e le sue condizioni Economiche-Agricole” offre anche una sintetica scheda ampelografica con le principali caratteristiche del vitigno in questione che si riporta qui di seguito.

“Il trebbiano, chiamato nelle altre plaghe dell’Umbria lo Spoletino (da non confondersi colle altre varietà di trebbiano ovunque diffuse), è il vitigno più coltivato nella nostra pianura; le sue buone qualità – lo rendono preferito da tutti i nostri agricoltori. È un vitigno robustissimo e resistentissimo alle malattie crittogamiche, in specie alla peronospora; ama terreni di piano, profondi, fertili, freschi, ma produce bene anche in collina. I suoi tralci sono di mediocre grossezza ad internodi lunghi, le foglie piuttosto piccole. I grappoli hanno una forma caratteristica, cilindrica, con ingrossamento alle due estremità; se maturati bene assumono un bellissimo color d’oro; ma la maturazione si compie molto tardivamente alla fine di settembre. La pianta preferisce la potatura lunga e vuole molto sfogo nei tralci; si adatta bene alla formazione delle tese che sono quei tralci lunghi che collegano un albero con un altro. Il grado gleucometrico del mosto (gleucometro Babo) oscilla dai 17 ½ ai 21; l’acidità 9-11; è ricchissimo di sostanze albuminoidi talchè i vini fatti con solo trebbiano sono per lo più grassi e vanno soggetti a filare” (Francolini, 1908: 90-91).

Lo stesso Francolini conferma un altro importante impiego del vitigno: “con il Trebbiano appassito si fabbrica il famoso vin santo di Trevi che ha acquistato una certa e meritata celebrità nella categoria dei vini liquorosi” (Francolini, 1908: 90-91). Il Vin Santo di Trevi ricavato dal Trebbiano è stato entusiasticamente lodato in molti testi di fine Ottocento (De Bosis, Fazi, Baldeschi), anche se, secondo De Bosis, si trattava di un trebbiano coltivato nel Trevano, in particolare a Cannaiola e San Lorenzo, “con qualche carattere diverso” da quello del piano spoletino (De Bosis, 1879: 437). Nello studio statistico compilato nel 1910 da Fernando Mancini per la pubblicazione “L’Umbria economica e industriale” della Camera di Commercio ed Arti dell’Umbria vengono indicati come vitigni bianchi predominanti “il verdello, il procanico, il lupeccio, tutti di primo piano; di seconda importanza: la malvasia, il greco ed il trebbiano. Generalmente le viti sono coltivate a sistema estensivo e maritate all’acero campestre, non mancano però qua e là esempi di vigne intensive” (Mancini, 1910: 310).

Nell’ampio elenco allegato dei principali produttori di vino della provincia di Perugia, che al tempo comprendeva anche l’attuale provincia di Terni ed il Reatino, non figura nessuna azienda della zona di Spoleto. Nella successiva pubblicazione della Camera di Commercio e Industria dell’Umbria, relativa all’anno 1913, viene confermata la stessa indicazione per i vitigni banchi predominanti, aggiungendo però che “le qualità dei vitigni preferite nel nostro territorio per la coltura arborea sono il trebbiano, il moscatello, il perugino, e per il vigneto il sangiovese, il montepulciano, il sacrantino, il barbera, il malvasia” (Camera di Commercio, 1914: 218).

I vitigni a bacca bianca, all’epoca assolutamente prevalenti, sono associati alla tradizionale alberata, mentre i rossi, importati nella seconda metà dell’Ottocento, vengono invece allevati a vigna bassa.

Più articolata la lista dei principali vitigni presenti in Umbria compilata nel 1916 da Salvatore Mondini in una Monografia redatta per l’Ufficio Tecnico per l’Agricoltura e le Industrie agrarie del Comitato Nazionale per le Tariffe doganali e per i Trattati di Commercio. Per il Mondini “i vitigni più diffusi sono il Verdicchio, il Trebbiano, il Malvasia, il Biancone, il Vernaccia, lo Spoletino, l’Uva Palazza, il Pecorina, il Martone, ecc., a frutto bianco; il Galoppa, il Sagrantino, l’Aleatico, ecc., a frutto colorato; il Pinot, il Cabernet ed il Malbek, d’importazione straniera” (Mondini, 1914: 25). Ricompare pertanto in questo elenco lo “Spoletino” che viene citato anche nel Primo Annuario generale Vinicolo Italiano illustrato, curato da G. B. Rossi, direttore del periodico “Italia Industriale Artistica”. I vitigni ad uva bianca più diffusi risultano essere il Trebbiano, il Pecorino, il Verdone, il Trebbiano montanino e il Biancone, mentre fra quelli meno coltivati viene citato “il Grechetto o Spoletino” (Rossi, 1920: 104).

L’ambiguità della denominazione del vitigno della zona di Spoleto permane anche nella “Mostra Regionali di Vini ed Olii”, tenutasi a Montefalco dal 13 al 20 settembre 1925, promossa dal Comune e dalla Cattedra ambulante di Agricoltura di Spoleto, diretta da Francesco Francolini, che viene nominato Direttore della Mostra. Nel suo discorso inaugurale Francolini cita, dopo gli “insuperabili vini d’Orvieto” e il “rutilante liquore che stilla dai pingui grappoli delle dolci colline di Bevagna”, il “robusto e generoso Trebbiano della Valle di Spoleto” (Mostra, 1927: 16).

Nella relazione della Giuria della Mostra, svolta dal presidente Giulio Paris, docente dell’Istituto Agrario di Perugia, vengono esposte interessanti considerazioni sul futuro della enologia umbra prendendo spunto dalle mutate condizione del mercato: “se una volta il viticultore e l’industriale potevano anche imporre i loro prodotti al consumatore, ora è il consumatore che impone il suo gusto all’industriale, e se non trova il vino di suo gradimento preferisce non berne e fa il danno dell’industria. È necessario perciò che in ogni regione uno studio diligente decida su due quistioni fondamentali, sui vitigni cioè degni di essere propagati, e sulle zone da cui la coltivazione della vite deve essere assolutamente esclusa”.

Questa necessità viene esemplificata dal prof. Paris nelle conclusioni della Mostra prendendo spunto proprio dai vitigni a bacca bianca più diffusi in Umbria, innanzitutto “il Trebbiano, il Trebbianello forte o spoletino, il Trebbiano dolce o gentile, il Verdicchio, e poi la Malvasia, il Grechetto, il Lupecchio”. In particolare, a giudizio del relatore, “le varietà di Trebbiano rispondono bene, specialmente quando sono vinificate in bianco e tagliate con le uve di composizione più armonica, meno acide, meno tanniche e più zuccherine, come la Malvasia, il Greco ed il Grechetto. Ma se il Trebbiano non è coltivato in località adatta e se non è curato con una potatura razionale e conveniente, dà prodotto scadente. Cura speciale deve essere quella di attendere la buona maturazione dell’uva prima di vendemmiarla: bisogna aspettare che il verde della buccia sia completamente scomparso, non solo, ma che il giallo sia diventato color ruggine, che la buccia cioè appaia come scottata dall’azione del sole.

Allora il Trebbiano è adatto a dare vini fini ed armonici. Uno dei difetti più comuni che abbiamo riscontrato nei vini bianchi della Mostra è la eccessiva acidità, unita a una tenue alcolicità e una eccessiva tannicità, difetti questi che derivano da una vendemmia intempestiva” (Mostra, 1927: 39). Lamentando i diffusi difetti riscontrati in molti vini presentati alla Mostra e raccomandando maggior cura soprattutto nella preparazione dei vini bianchi, per la loro assoluta prevalenza nella produzione regionale (circa i 4/5 della produzione totale), il prof. Paris associa la tematica del vino al concetto di salute sostenendo che “i vini bianchi sono più salutari, in quanto sono poveri di tannino, sono privi di sostanze coloranti, sono poveri di estratto, più ricchi di acidi liberi, poveri di sostanze minerali ecc.”. Proprio queste caratteristiche lo inducono a sostenere che “nessun vino può riuscire più salutare dei vini bianchi umbri, essendo essi quasi privi di colore, poveri di tannino, poveri di estratto, tenui e, che è importante, con dosi minime di sostanze minerali. Non è detto che la terra delle più efficaci acque da tavola non possa essere anche la patria dei migliori vini bianchi, adatti per i gottosi, per i diabetici, per i dispeptici e per le persone deboli!” (Mostra, 1927: 41). Il “Trebbiano Spoletino” riappare nella pubblicazione curata dalla Commissione nazionale, istituita dal Ministero dell’Agricoltura e Foreste per lo studio ampelografico dei principali vitigni ad uva da vino coltivati in Italia, che lo inserisce fra i vitigni ad uva da vino da consigliare nei futuri impianti nella zona del piano e della collina della provincia di Perugia, segnalandolo in nota come “fondamentale per la zona di Spoleto” (Commissione, 1966: V, 323). Nelle schede ampelografiche allegate alla monografia, è stata inserita anche quella relativa al “Trebbiano Spoletino” compilata da Bruno Bruni, in cui si riportano i sinonimi “Spoletino”, “Trebbiano di Spoleto”, segnalato da Norberto Marzotto (Marzotto, 1925: 114).

Viene altresì indicato che la descrizione del vitigno è stata pubblicata nei Bullettini Ampelografici del 1878 e 1879 e nel testo del Francolini del 1908, precedentemente citati (Commissione, 1965: IV- 47). Il “Trebbiano Spoletino” viene citato da Francesco Ascani in “Vitigni e vini dell’Umbria” come varietà di uva da vino raccomandata in Umbria dalle norme CEE (Regolamento CEE n. 2005/70 del 6 ottobre 1970, modificato con regolamenti n. 756/71, n. 1985/71 e n. 2244/72). In particolare, il Trebbiano Spoletino, distinto dal Trebbiano Toscano utilizzato in Umbria come base dell’Orvieto, viene descritto come vitigno diffuso nella parte meridionale della provincia di Perugia, caratterizzato da una notevole vigoria e da una produzione abbondante, che esige sistemi di allevamento espansi e potatura di media lunghezza o lunga, e da una buona resistenza ai freddi invernali e quelli primaverili; ottima la resistenza verso la peronospora. “Vinificate da sole le uve di Trebbiano Spoletino danno origine ad un vino di colore giallo paglierino con riflessi verdolini, limpido e profumato. I mosti sono particolarmente ricchi di sostanze albuminoidi, tanto da essere soggette al «filante».

A causa di questo inconveniente le uve vengono generalmente vinificate insieme a quelle di altri vitigni locali ottenendo vini da pasto localmente apprezzati” (Ascani, 1974: 7). Il Trebbiano Spoletino è inserito anche fra i “Vini italiani portanti una denominazione di origine” descritti da Bruno Bruni.

In particolare, quanto all’origine, risulta prodotto nel territorio dei comuni di Spoleto, Castel Ritaldi, Trevi e di altri comuni limitrofi. Nella descrizione dei caratteri generali risulta di “gradazione alcolica 11,5-13°, colora giallo più o meno carico e anche dorato, profumo caratteristico, sapore asciutto con fondo gradevolmente amarognolo, gustoso, leggermente frizzante nel primo anno di produzione. Vino comune e anche fine da pasto” (Bruni, 1973: 181).

La scheda ampelografica del “Trebbiano Spoletino”, curata da Moreno Molina nella pubblicazione “Vitigni d’Italia” del 2001 (Calò et al., 2001: 750-751), riporta anche brevi cenni storici circa l’origine, che risulta sconosciuta, affermando che “questo vitigno non compare in nessun trattato di ampelografia del XVIII e XIX secolo, una sua descrizione fatta dal Francolini [è] riportata nei Bollettini Ampelografici del 1878”. In realtà la descrizione nei “Bullettini Ampelografici” risale al 1877 e al 1879, mentre quella di Francesco Francolini è stata pubblicata nel 1908.

Questa erronea indicazione viene ripetuta nella “Guida di Vitigni d’Italia”, edita da Slow Food nel 2005, con la precisazione che “nonostante il nome, non si hanno notizie certe circa le origini di questo vitigno: il territorio di Spoleto non sarebbe il suo luogo di nascita ma solamente la sua terra d’elezione, quella nella quale è stato più coltivato ed è tuttora ampiamente diffuso” (Guida, 2005: 461). In verità trattandosi di un vitigno allevato prevalentemente in pianura in consociazione con l’olmo, la sua presenza ha subito una drastica riduzione con il progressivo abbandono della cultura promiscua e per la preferenza accordata ad altri vitigni nei nuovi impianti a vigna bassa. Oltre alle citazioni in pubblicazioni scientifiche il “Trebbiano Spoletino” è presente anche in testi letterari che non costituiscono prove incontrovertibili, ma forniscono comunque una significativa testimonianza.

Nel libro di memorie “A Spoleto tra ottocento e novecento”, curato da Luigi Pompilj (1966), viene rievocato il breve soggiorno spoletino di Giosuè Carducci con una dettagliata descrizione della visita alle Fonti del Clitunno che ispirò al poeta l’omonima ode. In quell’occasione la gita, effettuata nel pomeriggio del 14 giugno 1876, fu allietata da una cena nella trattoria di Orfeo Lungarotti a Pissignano “a base di trote – le grasse, saporite trote del Clitunno- innaffiate di trebbiano, vino bianco che nella regione spoletina ha un bel colore d’ambra, arriva talvolta ai tredici gradi e, appena spillato dalla botte, è fresco e frizzante” (Pompilj, 1966:19). L’intrecciata questione della denominazione del vitigno andrebbe affrontata con una specifica ricerca in modo da determinare con esattezza la sua collocazione nella variegata lista dei Trebbiani, o piuttosto dei Greci. Attualmente, per iniziativa di alcune cantine, è ripresa la produzione di Trebbiano Spoletino, sia nella versione di vino da pasto, che spumantizzato.

Qualche notizia storica in più

A cura di Alvaro Paggi, Giampaolo Filippucci, Tiziana Ravagli

Una rara notizia sull’esistenza della coltivazione della vite nel territorio tipico del Trebbiano spoletino, risale al 5 giugno 1221 quando il Priore del monastero benedettino di S. Maria di Turrita (comune di Montefalco) prese in possesso una vigna sotto Fabbri di Montefalco, in località “Arsicciali” nel territorio del comune di Trevi … “terram et vineam existentem in vocabolo de Arsicciali in territorio trevano”  (Spoleto, archivio del Duomo, perg.153).

La località “Arsicciali” viene menzionata anche da Pietro Bonilli (1841 – 1935) in “Cannaiola, memorie storiche raccolte negli anni 1873–74”, ricordando uno dei nomi storici con i quali, in passato, veniva chiamato il paese di Cannaiola, ovvero “S. Angelo in Arsicciali”.

Nel 1586 in relazione alla eccezionale gelata avvenuta nell’inverno di quell’anno, il fattore del monastero di S. Leonardo in Montefalco, tale Giovan Simone Moriconi, scrive tra l’altro: “… quelli che areponevano cento some de musto ànno reposte queste vendemmie del 1586 sei some de musto, et per lo piano de Trevi ce sono stati de quelli che areponevano cento some de musto non ànno recolto una soma de uva” (J. SIMONE MORICONI, Il Colle del Paradiso, a cura di P. Pambuffetti, Foligno 1935, pp. 31 e s.).

Bibliografia in breve
  • Trevi de Planu
  • Fiera di San Giovanni, prima edizione del terzo millennio, 28 giugno 2014, stampato in proprio
  • Athenaei ([II sec. d.C.] 1556), Dipnosophistarum sive Coenae Sapientium Libri XV …, Lugduni, apud Sebastianum Barptolomaei Honorati
  • Lancerio Sante ([1536-1549] 1890) Ferraro Giuseppe, curatore, I vini d’Italia giudicati da papa Paolo III (Farnese) e dal suo bottigliere Sante Lancerio MDXXXXIX. Operetta tratta dai manoscritti della biblioteca di Ferrara e per la prima volta pubblicati da Giuseppe Ferrario, Professore di Storia e Geografia nel R. Liceo Ariosto, Livorno, U, Bastogi Editore
  • Bacci Andrea ([1596] 1990), De naturali vinorum historia …, Romae, ex officina Nicholai Mutij, riproduzione anastatica e trascrizione 1990, edizione in 7 volumi a cura dell’Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei Vini di Alba e della Cassa Rurale e Artigiana di Gallo Grinzane, Torino, Tipolitografia Toso
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  • Bruni Bruno (1973), Vini italiani portanti una denominazione di origine, Bologna, Edizioni Calderini
  • Ascani Francesco (1974), Vitigni e vini dell’Umbria, in “Previdenza Agricola”, n. 9, pp. 6-7
  • Calò Antonio, Scienza Attilio, Costacurta Angelo (2001), Vitigni d’Italia, Schede ampelografiche a cura di Moreno Molina, Bologna, Calderini Edagricole
  • Guida di Vitigni d’Italia. Storia e caratteristiche di 580 varietà autoctone (2005), Bra, Slow Food Editore
  • Chiaverini Rita, a cura di (2007), Ricerca storica per la DOC “Spoleto”, Cerreto di Spoleto, CEDRAV, multicopiato
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