La castagna tra storia e tradizioni
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L'origine del castagno europeo (
Castanea sativa MILLER) viene da taluni collocata in Turchia.
Certo è che il castagno è una pianta forestale molto diffusa in Italia.
Lo si ritrova infatti in tutte le regioni con territorio collinare e montano, a metà altitudine sull'Appennino e più in basso sulle Alpi.
L'areale di diffusione è quello tipico dei boschi di quercia a foglia caduca, tuttavia il castagno ha maggiori esigenze rispetto alle specie quercine prediligendo i terreni sciolti freschi e profondi, con reazione neutra o sub-alcalina, ricco di humus e di elementi naturali, particolarmente di potassio tanto da prediligere i suoli vulcanici, mentre rifugge i terreni fortemente calcarei.
Queste esigenze ne limitano notevolmente la diffusione.
Tuttavia, la notevole variabilità genetica della specie l'ha portata ad adattarsi alle situazioni più disparate e, in alcune zone, anche a terreni con presenza di calcare.
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La coltivazione del castagno ha origini antichissime.
Viene definito "l'albero del pane" poiché ha rappresentato un'importante fonte di approvvigionamento alimentare per intere generazioni, particolarmente nei periodi di difficoltà.
Ad un'analisi attenta appare evidente la stretta relazione che intercorre tra le vicende storiche della coltivazione del castagno e quelle dell'economia montana nel suo complesso che, a sua volta, è legata ai mutamenti che l'agricoltura ha subìto nel tempo.
La produzione di castagne e di paleria ha costituito, in un passato non ancora molto lontano, una insostituibile fonte di reddito per le famiglie contadine delle zone montane, garantendo autosufficienza alimentare ed economica.
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La crisi del mondo agricolo iniziata nella seconda metà del secolo appena trascorso, la forte industrializzazione con conseguente abbandono dell'alta collina e della montagna da parte di intere popolazioni, ha determinato un profondo cambiamento e uno scadimento del ruolo e dell'importanza di tale coltivazione.
Cambiamento al quale hanno contribuito fortemente anche violente epidemie come il mal dell'inchiostro ed il cancro corticale che hanno causato la distruzione di migliaia di ettari di castagneto.
A partire dagli anni '80 la tendenza all'abbandono della castanicoltura si è invertita insieme al rinnovato interesse dell'uomo per le zone rurali, per la natura e per l'ambiente, in particolare per quello montano, tanto che oggi si parla nuovamente del castagno come di un'importante ricchezza per la montagna.
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Anche nel territorio della Valle Umbra meridionale la castanicoltura ha vissuto le alterne vicende di molte altre parti d'Italia.
Fortunatamente anche in questa zona sembra tornato l'interesse per questa coltura; a dire il vero, tale interesse non si era mai completamente sopito.
La tendenza tra le diverse zone di produzione a rivaleggiare per avere il prodotto migliore, ha portato nel tempo i castanicoltori a selezionare gli ecotipi migliori.
Oggi, non a caso, in quest'area e particolarmente nello Spoletino, si parla di un prodotto di nicchia di grande pregio da valorizzare per le sue spiccate qualità organolettiche, magari in un contesto di filiera che lo veda collegato alle altre eccellenze di questa terra, ossia al Turismo, all'Ambiente e alla Cultura.
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Quando in questa zona si parla di castagne, ci si riferisce ad un particolare raggruppamento, quello dei "marroni".
La distinzione tra marroni e castagne non è basata su caratteri scientifici: i marroni hanno come caratteristiche comuni e qualificanti, la buccia più chiara, una notevole pezzatura, la polpa particolarmente dolce e soda, una pellicola sottile e facilmente asportabile.
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Queste specificazioni non sempre significano una più scarsa qualità delle castagne rispetto ai marroni.
Quella di Manciano è una castagna, che, seppure con una pezzatura ridotta dei frutti, presenta ottime caratteristiche organolettiche.
La polpa è particolarmente dolce e per questo le castagne di Manciano sono apprezzate non soltanto bollite ma anche come caldarroste.
La coltivazione della castagna di Manciano interessa una ristretta superficie di terreno di una decina di ettari: la produzione è poca e sicuramente "di nicchia", tanto che non coinvolge il mercato.
Nel periodo della raccolta, se si è fortunati, la si può trovare in qualche negozietto locale ma è più facile acquistarla direttamente presso i proprietari dei castagneti.
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Chi vuole assaggiare questa castagna, può trovarla il giorno di S. Martino nella festa che si organizza annualmente presso l'omonima chiesetta di Manciano.
Anche i castagneti di Manciano hanno subito forti attacchi da parte del cancro e del mal dell'inchiostro è necessitano quindi, quanto prima, di interventi straordinari finalizzati alla ricostituzione delle chiome degli alberi ancora vivi e alla sostituzione degli esemplari morti a causa di dette fitopatie, con nuovi soggetti.

Le Comunità Montane di questa parte dell'Umbria, nei limiti delle loro competenze e delle disponibilità economiche, stanno favorendo la riscoperta delle castagne e cercano di stimolare un nuovo interesse verso questo prodotto della terra.
Nel recente passato sono stati organizzati corsi di formazione per gli operatori del settore ed è stato concesso qualche incentivo per il recupero dei castagneti abbandonati.
Nella città di Spoleto, la Comunità Montana dei Monti Martani e del Serano in collaborazione con la Facoltà di Agraria dell'Università di Perugia, ha organizzato il I Congresso Internazionale sul castagno e, di recente, lo stesso Ente Montano, insieme alle tre Comunità Montane limitrofe, ha promosso la costituzione di un Consorzio di Produttori il cui obiettivo principale è quello di incrementare la produzione e di valorizzare i marroni e le castagne locali.