La canapa tra storia e tradizioni
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La canapa era seminata – secondo un’antica tradizione – nei terreni umidi di pianura al centesimo giorno dell’anno.
La pianta veniva sradicata e lasciata essiccare per qualche giorno, avendo cura di rivoltarla almeno un paio di volte.
Si metteva, quindi, a macerare per tre o più giorni – a seconda della temperatura dell’aria – legata in fascetti, nei fossi o in appositi canali o raccolte di acqua.
Per comprendere se avesse raggiunto il giusto grado di maturazione si toccava la pianta di canapa con le mani, per accertarsi che la fibra si staccasse con facilità dalla parte legnosa.
Una volta ben macerata veniva tolta dall’acqua e sbattuta con forza per separare la fibra dal legno.
A questo punto si era ottenuto il distacco definitivo della fibra dalla parte legnosa.
Era, quindi, sottoposta alla gramolatura, ovvero i fascetti di canapa erano ulteriormente "maciullati e compressi" con la così detta gramola.
Quest'ultima, una volta asciugata, si usava come combustile ma anche nella "lavorazione del maiale".

La fibra così ottenuta, si metteva ad asciugare e, infine, si pettinava con un attrezzo, il pettine, che permetteva di separare gli eventuali ultimi residui legnosi.
Infine, se ne ottenevano dei fiocchi che si mettevano nella "conocchia" (o rocca), che serviva a mantenere in posizione il bioccolo da filare.
Sorreggendo l’arnese tra le ginocchia, si prendevano i batuffoli di canapa con le dita e si tiravano a filo, aiutandosi nell’operazione, inumidendo i polpastrelli con la saliva.
Si produceva, in tal modo, la torcitura dello stoppino estratto dal fiocco e, quindi, la trasformazione di questo in filo.
Il filo, così tirato, era avvolto intorno al fuso, che fatto girare a mo’ di trottola consentiva allo stesso di stringersi meglio, per ottenere una bobina più abbondante.
Quando il fuso era ben pieno, il filo era ripreso e tirato intorno ad un annaspo di legno, a formare una bella matassa.
Questa era sbiancata con la cenere e rilavata più volte, così che la fibra era pronta per essere utilizzata sui telai.
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Contrariamente a quando avviene in botanica, nella tradizione popolare sono considerate "femmine" le piante senza semi e "maschi" quelle con seme.
Le "femmine" erano estirpate per prime all'inizio del mese di agosto; i "maschi" si tagliavano al piede, tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre.
Per la qualità della fibra era fondamentale saper individuare con esattezza il giusto periodo di maturazione: una raccolta tardiva, infatti, forniva una canapa più grossolana, utilizzata in genere per il cordame e la tela dei sacchi.
Il lavoro di filatura della canapa era proprio delle donne, che lo eseguivano soprattutto nelle lunghe sere invernali, vicino al focolare o al caldo delle stalle.
La lavorazione della canapa con la "conocchia".
Innanzi tutto, ricordiamo cos’è la conocchia.
Si tratta di una canna, divisa (in alto) in quattro parti, tenute allargate con una crocetta di legno, e legate tra loro alla sommità.
Vediamo ora a cosa serviva: l’utilizzo della conocchia, dalle nostre parti, era strettamente legato all’uso della canapa come fibra per filare e, quindi, per tessere.
Scopo della filatura e di tutte le operazioni che la precedono è la trasformazione del fiocco informe, costituito dalle singole fibre, in un filo continuo, compatto e resistente.
All’interno della conocchia, nello spazio venutosi a creare con l’allargamento delle quattro parti di canna, erano messi i bioccoli di canapa che le mani esperte delle donne tiravano a filo.
Nella tradizione delle nostre campagne la conocchia era utilizzata anche come motteggio in caso di nascita di figlie femmine, considerate in passato quasi dei pesi, bocche da sfamare che ben poco potevano contribuire alla povera economia della famiglia contadina patriarcale.
In quell’occasione, nottetempo, gli amici, i vicini, i parenti della famiglia in cui era nata una bambina, anziché l’agognato erede maschio (che significava braccia buone per il lavoro dei campi e della stalla) usavano appendere sul portone di casa una conocchia e un fiocco di fibra di canapa – "lu nógghiu" – a significare che la neonata era destinata a contribuire al sostentamento della famiglia, solamente, filando.
I mestieri della canapa: il canapaio, il cordaio, il pettinaro.
Il canapaio o canaparo era colui che cardava la canapa.
Un mestiere itinerante che veniva ricompensato talvolta con denaro, tal'altra con prodotti alimentari come farina, patate, ecc.
Il canapaio si spostava da un paese all'altro, spesso ospite di qualche famiglia del posto, in genere cardava anche la lana.
Il cordaio o cordaro era colui che realizzava le corde.
Il mestiere del cordaio era stanziale e si svolgeva laddove l'artigiano teneva tutte le attrezzature.
I contadini portavano al cordaio la canapa cardata per ottenere la corda desiderata e lo pagavano anche in questo caso o direttamente con il denaro o in natura. La "fattura" della corda si pagava un tot al kg di corda realizzata.
Il pettinaro, infine, era l'artigiano che realizzava e vendeva i pettini per cardare la canapa, così come la lana, ecc.
Il termine cardare deriva dalla pianta del cardo che un tempo era utilizzato come "pettine domestico".
In seguito fu sostituito da una tavoletta di legno con infissi degli aculei di ferro.
La tavoletta era spesso fissata ad un banchetto che permetteva di usare il "pettine" stando seduti.
Un toponimo particolare: le Canapine.
Nella storia di Cannaiola troviamo la notizia che l’insalubrità dell'area era probabilmente aggravata anche dall’abitudine di macerare la canapa in prossimità delle abitazioni, nelle acque rese stagnanti.
Per prevenire le infestazioni di malaria, un vero e proprio problema economico e sociale per il Comune di Trevi, a partire dal 1854 gli abitanti di Cannaiola furono obbligati a spostare i maceratoi più a oriente, oltre il Fiumicello dei Prati, e ad utilizzare per questo scopo direttamente i corsi d'acqua.
Da qui deriva, forse, l’attuale toponimo di Canapine con cui oggi è conosciuta la zona degli "orti", posta nei pressi di Borgo Trevi, ad ovest della ferrovia, ove è coltivato, tra gli altri, il famoso sedano nero di Trevi.